Forse stiamo parlando di uno degli italiani che alle olimpiadi ha regalato le più grandi soddisfazioni al paese. Sicuramente non è un record, però Antonio Rossi è un atleta che negli ultimi 22 anni ha lasciato il segno ogni volta che metteva piede in una canoa. E non importava la distanza nè tantomeno la specialità: 1000 metri singolo o 500 metri doppio, il canoista di Lecco ha sempre fatto il suo dovere.
Nato il 19 dicembre 1968 a Lecco, ultimo di cinque figli, preceduto da altri due maschi e altre due femmine, Antonio Rossi si riconosce da bambino per il suo fisico gracile e poco robusto. Fu così che i genitori, inizialmente, convinsero il bambino a praticare il nuoto e lo sci, ma il giovane Antonio aveva già le idee chiare, come se qualcuno gli avesse comunicato in anticipo cosa ne sarebbe stato del suo futuro.
Subito, infatti, rimase affascinato dallo sport che uno dei due fratelli maggior praticava e, dopo diverse richieste riuscì a farsi mettere dentro una canoa. Immediatamente a suo agio soprattutto per la pace e la quiete che lo circondavano quando, a colpi di pagaia, attraversava il lago della sua città natale.
Risale dunque al 1980 il primo tesseramento del giovanissimo e futuro campione nella storica società Canottieri Lecco. Anche in questo caso, però, il ragazzo aveva ben chiara la sua strada, a differenza di tutte le persone che gli stavano intorno: allenatori in primis. Infatti le sue prime gare furono caratterizzate sempre da un elemento in comune: l’ultimo posto. Da questo momento emerge tutta la certezza e la dedizione di un ragazzo che è realmente certo di ciò che sta facendo.
Antonio dovrà infatti aspettare ben cinque anni per ottenere il primo risultato di rilievo nella sua carriera, ma quel primo posto ai campionati italiani juniores segna un punto di non ritorno. Da quel giorno non ci si volterà più indietro, si andrà soltanto avanti, fino a raggiungere livelli planetari. Infatti da quel primo posto (ottenuto contro altri ragazzi) in poi sarà una serie di successi ad ogni livello e ad ogni tipo di manifestazione: Campionati Europei, Giochi del Mediterraneo, Coppa del Mondo e Olimpiadi.
Insomma, quando Antonio scende in acqua, molti avversari sanno già, prima della partenza, che dovranno accodarsi, e non importa quale sia il compagno di squadra (certezza che aumenta laddove il campione lecchese gareggia singolarmente), perché Antonio è in grado di trainare qualsiasi compagno di canoa. Il problema, per gli avversari ovviamente, è che il canoista lombardo andrà avanti a vincere medaglie fino all’età di 40 anni.
Esattamente, la sua storia olimpica si articola in ben cinque edizioni, e visiterà, lasciando segni importanti, le acque dei quattro angoli del mondo: Barcellona 1992, Atlanta 1996, Sidney 2000, Atene 2004 e Pechino 2008.
All’età di 24 anni si presenta timidamente in terra spagnola. Ma il talento, la forza, la determinazione e la leadership gli permettono di strappare il pass per la finale del doppio (K2), distanza 500 metri. Nonostante sia la sua prima apparizione, il canoista lombardo non è assolutamente intenzionato a lasciare la Spagna senza ricordo alcuno. È così che, dando veramente tutto quello che poteva, riesce a mettere in valigia un’ottima medaglia di bronzo.
Le promesse sono buone, anche se le prossime olimpiadi saranno dopo quattro anni. Bisognerà vedere se il giovane e bell’Antonio continuerà a dimostrare quella tenacia sia in gara che in allenamento. Tutti i dubbiosi però vengono smentiti immediatamente. All’edizione americana delle olimpiadi Antonio si riconferma e raddoppia: non basta più far bella figura.
Conquista infatti l’oro nella stessa specialità che gli era valso il bronzo quattro anni prima, ma non si accontenta e vuole imporre la sua forza anche nel singolo: e ce la fa. Nel 1996 inizia quindi ad emergere come il vero Antonio Rossi.
Ma la carriera non sembra volersi arrestare. Antonio si presenta nella squadra italiana ancora per le successive tre olimpiadi. Vista la lunghissima esperienza e la costellazione di successi presente nel cielo del campione lecchese, il CONI decide di insignire ulteriormente il suo percorso nominandolo portabandiera della nazionale per l’edizione cinese dei giochi olimpici, ultima sua esperienza a questo livello, segnata comunque da una medaglia alla “tenera” età di 39 anni.
Dopo quell’ultima soddisfazione, uno dei tanti ma allo stesso tempo unico signor Rossi andrà avanti ancora un anno con le gare per poi abbandonare definitivamente una delle più brillanti carriere sportive del nostro paese.
Di tutte queste vittorie, molte persone ricorderanno l’oro nel K2 con Beniamino Bonomi quando, i due atleti, hanno fatto impazzire il telecronista fino a fargli perdere la voce. Quel telecronista è il celeberrimo Giampiero Galeazzi.
Ma il campione di Lecco non riesce a stare senza l’amore della sua vita: lo sport. Infatti non soddisfatto da quanto l’attività fisica gli ha regalato, decide di mettersi al servizio dei suoi concittadini come assessore allo sport della città di Lecco.
Nel 2000 si ritrova, in uno stadio Olimpico gremito non per una partita di calcio, a leggere personalmente a Giovanni Paolo II e agli oltre 80.000 sportivi riuniti sugli spalti per celebrare il Giubileo degli Atleti un documento scritto di suo pugno in cui promette, insieme ai suoi colleghi, di coltivare una cultura dello sport sana che possa essere d’esempio per tutte le generazioni.
Sicuramente, Antonio, in quel momento parlava soprattutto per sé e sicuramente, a livello personale, questo impegno lo sta portando avanti. I modi sono i più svariati e vanno dalla fotografia all’intervento presso eventi di qualsiasi tipo. Il ricavato raccolto da queste sue apparizioni il canoista lombardo le devolve in beneficienza, ad enti che al momento e secondo la sua sensibilità, gigante e potente come le sue braccia quando tengono in mano una pagaia, propongono le iniziative a lui più corrispondenti.
Potrebbe risultare banale concludere questo pezzo dicendo che Antonio Rossi è un campione in tutti i campi o in tutti i fiumi, ma non vi è altro modo per sintetizzare una vita così seria, intensa, impegnata ed impegnativa.
Rimane il fatto che la conclusione più banale è sicuramente quella che si addice meglio di qualunque altra all’esperienza sportiva e umana del canoista lecchese, che ha cominciato per invidia e sta terminando affascinando il mondo intero, sia sotto l’aspetto fisico che quello umano.
Puntata precedente: Storia degli ori olimpici italiani: Igor Cassina
Francesco Fiori


















