"Si può dire cosí: prima di Alamein non avevamo mai vinto, dopo Alamein non perdemmo piú." Se il Timâo ha avuto anche solo un pensiero dopo la finale, esso non si discosta piú di tanto da quello formulato da W.Churchill. Contesti estremamente opposti, ma il fondamento è sempre lo stesso. Nel momento in cui vinci una battaglia importante, il senso immediato è quello di onnipotenza. E quando succede per la prima volta, è chiaro che la cornice assume una tonalità verosimilmente aurea.
È arrivata. La Libertadores sbarca a San Paolo, nella Rua Dos Imigrantes, dove gli operai di San Francisco diedero a vita al Corinthians: 2-0, al Boca Juniors. Reduci dall'1-1 dell'andata, il fattore campo ha influenzato in maniera decisiva l'incontro. Non solo: gli argentini venivano da questa partita scarichi dopo un'annata vissuta ai 100 km/h. Nella prima parte dell'anno la vittoria dell'Apertura spazzando gli avversari con facilitá disarmante.
La seconda parte si fa piú intensa: le partite iniziano a sommarsi, la luce dei trofei crea pressione nelle gambe. Riquelme e Schiavi non sono piú dei ragazzini. Ma il Boca gioca su questi due: se mancano le colonne, il tempio cade al primo colpo di vento.
Nulla da dire, invece, sul presunto fatto motivazionale. Conditio sine qua non. Da una parte c'era chi, fanciullino, assaporava il fascino della novità; dall'altro, chi poteva salire in cima al mondo per quantità di trofei internazionali vinti.
La partita è stata abbastanza equilibrata nella prima parte di gara. Il Corinthians ha subito leggermente l'emozione, ma non in modo così drastico, concedendo qualche verticalizzazione tra la linea difensiva e quella appesa a Ralf. Nulla di piú. Il Boca non è mai stato in grado di comandare. Non c'era la forza fisica e soprattutto la convinzione di prendere la partita per mano. Un club, che da un triplete possibile, sta trasformando ogni sogno in un incubo. Clausura e Libertadores buttate, resta solo la coppa nazionale. Ad Agosto, contro il Racing.
La squadra di Tite, invece, molto compatta. Un undici che trova la sua base di ripartizione - per dirla in termini aziendalistici - nell'equilibrio. Un collettivo ben quadrato, senza sbavature o tocchi di troppo. Tutti, a memoria, sanno cosa e dove andare. È il club che gioca ad ordine: da questo punto di vista il migliore di tutto il Sudamerica. Non ci sono fenomeni, assolutamente. Qualche buon giocatore, che se diretto come si deve, puó stare all'interno di un club europeo (piú Castan di Paulinho).
E poi ci sono i gol di Emerson. Il simbolo di questo Corinthians: corsa, potenza, applicazione. Sblocca la partita nella ripresa su una situazione sviluppata da palla inattiva. Gli Xeneises non difendono di reparto: a un metro da F.Sosa, ognuno marca un uomo, o prova a farlo, senza alcun rispetto di una linea, di una distanza, di un sistema. Cross dalla destra, leggera respinta della retroguardia che sale in maniera del tutto casuale, Somoza non intuisce il tempo di passaggio, tacco di Danilo, destro di Emerson. Gol. 1-0. Finita.
Si, da quel momento tutto si è acceso e spento. Si aspettava solo il fischio dell'arbitro,anche se di minuti ne mancavano 35. Il vero turbamento non è tanto quello di essere in svantaggio, ma piuttosto quello di sottrarsi al combattimento. E il Boca Juniors si è totalmente messo da parte. La vittoria è passeggera, ma la sconfitta rimane per sempre. Ed è stato straziante vedere un club di quel rango senza il minimo fiato per aggredire. Roman ha salutato, già nel corso della finale. Pure lui si è considerato "altro". Lui che ha sempre disegnato figure perfette con la palla tra i piedi.
L'errore di Schiavi, poi, racconta con perfetta grafia il racconto della partita. Altro eroe che lascia con un errore, grammaticalmente da censurare. Passaggio, del tutto distratto, a Emerson, che bruciando Caruzzo in velocità, infila per la seconda volta la porta Xeneise. È mancata una squadra che ce l'ha messa tutta per arrivare in fondo, ma non per saltare l'ultimo ostacolo. In Brasile, adesso, è festa grande. Dopo il campionato dello scorso anno, ecco la Libertadores. I vinti contro gli sconfitti.
Eraclito ci lasciava ricordandoci che il giorno e la notte sono esattamente la stessa cosa. E non ci si impiega molto a capire il perchè.
Tommaso Fasoli


















