Ai giochi di Londra la medaglia d'oro va agli Estados Unidos Mexicanos. Chi ci avrebbe creduto, a parte la speranza dei tifosi. Eppure, il calcio non è cosí strano. In qualche modo ci lascia una verità. Nascosta, impercettibile, ma esiste. Il ct Tena ha disposto una squadra organizzata, compatta, veloce e diretta (ovverosia, non troppo affidata ai contorni, seppur bella da osservare).
Un under 23 che propone tre fuori quota di perfetto collaudo: il portiere Corona, il centrocampista (difensore) Salcido, e l'attaccante Peralta. I giovani interessanti come Aquino, Mier, Fabian, Enriquez. Senza dimenticare Dos Santos, che ormai (ha 23 anni!) si timbra nuovamente un talento fenomenale, incompiuto. La finale la vede dalla panchina per 90 minuti.
Dall'altra parte il Brasile, che piú o meno è quello "originale". Quello pronto per divenire imprendibile ai prossimi mondiali. La base sicura, che doveva spaccare a metà un Olimpiade non impossibile. Ma il DNA non si modifica, l'indole resta la stessa, sempre. Non esiste probabilmente squadra con un divario massacrante tra situazione offensiva e difensiva come quella. Un disequilibrio che non è applicato, non è voluto, ma insito.
Senza andare direttamente al riferimento della finale, prendiamo visione del match contro la Corea. Partita vinta, 4 gol segnati. Eppure l'approccio alla marcatura non riesce. Nel giropalla avversario, i brasiliani colgono in ritardo l'accompagnamento, la posizione, quei due passi in piú che cambiano totalmente la chiusura di una traiettoria. Senza il buon Thiago Silva dietro, questa squadra rischia di concludere le partite con risultati cestistici.
Se alla fine il Messico porta a casa l'oro olimpico (il Brasile non ci è mai riuscito nella storia, tre argenti e due bronzi) non c'è da prendere un colpo. Il gol arriva dopo circa 30 secondi, quando un errore clamoroso di Rafael (il solito discorso: gestisci meravigliosamente la palla tra i piedi, ma cadi in errori di misura per il tuo organismo poco pratico) permette al pressing messicano di portarsi in vantaggio. Il raddoppio, su calcio da fermo, lo segna ancora Peralta. 28 anni, punta centrale. Presente dal punto di vista fisico, sa correre dietro ai difensori in possesso palla, lavora di squadra, e sente la porta. Eppure milita nel Santos Laguna, in patria. Bah.
Accorcia le distanze il gigante Hulk, quando ormai la partita è stata già cristallizzata. Lancio disperato di Marcelo, la difesa legge male il rimbalzo, il numero dodici brasiliano infila tra le gambe Corona.
Il ct Menezes ora rischia, stando a quanto si vocifera. In effetti il Brasile si era gettato in un'orbita che chiamava a dovere la vittoria. Era un dogma, e non poteva essere altrimenti. Thiago Silva, Neymar, Pato non li vantano in molti.
Eppure, ancora una volta, il colore ha avuto la meglio sull'Ordem e Progresso che tanto inneggia la bandiera verde oro. Ha vinto sicuramente l'essere ció che si è: giocatori mostruosi, ma incostanti nel risultato. Ronaldo, Ronaldinho, Rivaldo. Solo per ricordare tre R spettacolari, ma difficilmente continui nella loro carriera (infortuni a parte). Attenti, peró. Nel momento in cui raggiungono il picco- perchè al di là di tutto lo raggiungono- sono infermabili.
La speranza adesso è Brasile 2014. Il Messico, che vedrà anche Hernandez e Vela nella rosa, presenzierà con entusiasmo, costanza e bel gioco. Di nuovo non favoriti - un pó come l'Uruguay- ma mai banali nelle loro partecipazioni.
Tommaso Fasoli


















