Il calcio è malato. Non si scopre certo oggi, per carità. Quando, però, si vedono sparire ogni anno fior fiore di società che, oltretutto, hanno scritto belle e intense pagine di questo gioco (perché in fin dei conti è bene ricordarlo: il calcio è un gioco!) non rimanere con l’amaro in bocca è certamente un compito difficile. Dalla B in giù, però, sembrerebbe sempre più arduo riuscire a fare i conti con costi e bilanci.
La speculazione di discutibile imprenditori, spese gestionali sempre più alte e dei ritorni economici invece sempre più bassi, sembrerebbero probabilmente le cause principali di questo cimitero dove, ogni anno, si vedono seppellire vittime più che illustri. Ogni tanto qualche squadra riesce a salvarsi ripartendo da serie dilettantistiche, altre facendo improbabili fusioni e altre ancora cambiando e snaturando nomi e colori sociali. Troppo spesso, però, evaporano completamente pezzi di storia dalla nostra memoria calcistica. Quest’anno (e il bello, anzi il brutto deve ancora venire) già diverse squadre hanno dichiarato fallimento e altre stanno lottando con estremo sforzo per provare ad esserci ancora. Vediamo le principali.
Ricordate il Piacenza autarchico e tutto italiano degli anni ’90, sempre a lottare per non retrocedere, ma sempre pronto a ripartire dalla serie A l’anno successivo? Bene ricordatelo, perché da oggi non c’è più. La società emiliana, infatti, dopo essere stata nefasta protagonista del calcio scommesse non è riuscita a trovare un acquirente per far quadrare un bilancio che dire in rosso risulterebbe un eufemismo. Durante l’asta, svoltasi il 19 giugno, la cifra per salvarla si aggirava intorno ai 500.000 euro: nessuna offerta, aula deserta e fallimento dichiarato. Ora i tifosi, di questa squadra nata nel 1919, hanno fondato un comitato chiamato “Salva Piace” e stanno facendo i salti mortali per garantire alla loro città almeno una squadra nei dilettanti. Della serie: riusciranno i nostri eroi?
La Triestina anche di storia nel calcio italiana ne ha fatta tanta. Addirittura un secondo posto nel massimo campionato nell’anno 47/48. Poi una lunga debacle che l’ha portata al fallimento del 1994. Remi in barca e ripartire, così devono averla pensata gli alabardati che fino all’anno scorso sono sempre riusciti a fare dignitosi campionati di Lega Pro. Nel campionato scorso però, ancor prima della sua conclusione, il tribunale civile di Trieste accerta che la società ha debiti per oltre 5 milioni di euro avviando le procedure di fallimento. Anche in questo caso diverse aste per mantenere il titolo, ma nessun compratore.
Ecco allora a metà giugno l’ufficializzazione del fallimento e cancellazione definitiva dai campionati professionistici italiani. Nel frattempo Nereo Rocco ha cominciato a rigirarsi nella tomba.
A Taranto alcune settimane una falsa notizia aveva fatto credere tutti i tifosi di un incredibile ripescaggio in serie B, tanto da farli scendere in piazza esultanti e festeggianti. Una burla e anche di pessimo gusto. La società di proprietà di Enzo D’Addario, tra l’indebitamento di oltre 10 milioni d’euro e un’infinita serie di mensilità non pagate ai propri giocatori, è invece fallita e non sa ancora se riuscirà a ripartire da qualche serie dilettante. Il Taranto, con questa, è la terza volta che fallisce. Un consiglio: non provate a dire ai tifosi rosso blu che il 3 è un numero perfetto.
Anche la SPAL è un pezzo di storia: fondata nel 1907, negli anni 50 era una presenza fissa della Serie A del tempo. Poi tanti anni di B a cavallo del ’70 e ’80 e nuove retrocessioni che, però, l’hanno sempre fatta rimanere nelle serie professionistiche (C1 e C2) senza mai farla scendere tra i dilettanti. Anche un fugace ritorno in serie B nella stagione 92/93. Quest’anno la squadra perde i play out con il Pavia e, sulla carta, doveva ripartire dalla Lega Pro Seconda Divisione.
Purtroppo, però, i conti in rosso della società non sono riusciti a salvarla dal fallimento. Eccola quindi ripartire dai dilettanti. L’acronimo della squadra di Ferrara significa Società Polisportiva Ars et Labor. Labor, letteralmente in latino, significa fatica: la stessa che occorre per far tornare la squadra ferrarese nel calcio che conta.
La Lucchese, fondata nel 1905, è invece fallita già da marzo. In questi giorni però si è verificato un caso storico per il calcio italiano: l’11 luglio si è tenuta l’asta e constatando l’assenza di altre offerte si è deliberato la vendita dei beni e del marchio all’unica componente che ha presentato un offerta la cooperativa dei tifosi denominata Lucca United. Con questo nome, infatti, si rappresenta una cordata di tifosi che, innamorati della propria squadra, sperano di riportare il calcio a Lucca nelle serie che contano. Mai prima d’ora una squadra in Italia è stata sotto il totale controllo di semplici appassionati. Vedremo se basterà il cuore della tifoseria a far quadrare conti e bilanci.
Un tempo era quello di Zeman, quello del calcio spettacolo e quello di Rambaudi, Baiano e Signori. Dopo è stato quello di una modesta squadra che vivacchiava nella Lega Pro. Una retrocessione in seconda divisione, una promozione in prima, qualche play off (perso) e una piazza che ogni anno chiedeva di tornare quella di un tempo. Il Foggia però è riuscito a cadere ancora più in basso. In un atroce lunedì di luglio scompaiono 92 anni di storia. I rossoneri pugliesi sono, infatti, falliti lo scorso 16 luglio, ripartiranno dai dilettanti. Una caduta negli inferi per una squadra che, ironia della sorte, ha come simbolo il diavolo.
Il Fanfulla, anche se ai molti non può dir nulla, è una delle squadre più antiche d’Italia. Fondata nel 1874 rappresenta la squadra della città di Lodi. Si chiama così perché prende il nome da Fanfulla da Lodi, uno dei tredici cavalieri italiani che sconfissero i francesi nella disfatta di Barletta del 1503: per questo motivo, la squadra lodigiana è anche chiamata Guerriero dai suoi tifosi. Non è mai stata in serie A, ma vanta diversi campionati di B e C alle proprie spalle. La storica formazione non se la passava più bene come un tempo e fino all’anno scorso giocava nella Promozione lombarda, evidentemente una serie comunque dai costi di gestione elevata. Ecco allora la triste notizia del fallimento e della quasi certa iscrizione mancata a un qualsiasi campionato. Il calcio dal 1874 a Lodi era una tradizione, ma evidentemente da quelle parti nessun guerriero ha più voglia di lottare.
Chiudiamo la triste rassegna con un lieto fine. E’ il caso Rangers Glasgow, è vero non è Italia ma la sua storia merita comunque un accenno. Il più titolato club di Scozia, dopo una storia lunga 139 anni, ha rischiato di non farcela più. Anche in questo caso conti e bilanci avevano raggiunto tinte catastrofiche, tanto da far dichiarare, in un primo momento, il fallimento e la conseguente scomparsa dal professionismo. Questa volta, però, il miracolo è avvenuto: Il 13 luglio, infatti, ecco la comunicazione che la squadra protestante di Glagow è riuscita perlomeno ad iscriversi all’ultima serie del professionismo scozzese: la Division Three.
Una comunicazione che possa valere come buon auspicio per tutte le società del mondo a rischio estinzione.
Alessandro Ribaldi


















