"Han vinner alltid" è una frase svedese che tradotta in italiano significa: Vince sempre lui. Perché Zlatan Ibrahimovic può cambiare maglia e campionato, ma lo scudetto lo porta sempre a casa al primo tentativo.
Nasce il 31 ottobre del 1981 a Rosengard, quartiere multietnico della periferia di Malmo, da madre croata e padre serbo e il suo nome, Zlatan, significa d’orato. La carriera calcistica inizia a 8 anni in una piccola squadra locale, il Mabi. Oltre al calcio però, si avvicina anche alle arti marziali in particolare al Taekwondo, che gli dona grande elasticità muscolare; evidente in campo quando compie agganci a mezz’aria per altri impossibili.
Le sue grandi doti tecniche emergono nel Balkan, squadra nell’orbita del Malmo dove approderà nel 1994. Già da ragazzino dimostra grande personalità e abilità nel palleggio anche se, quando scendeva in campo, giocava come fosse da solo giudicando i suoi compagni non alla sua altezza. Nel 2000 vive la sua prima stagione da protagonista con la prima squadra del Malmo dove segna 12 gol in 26 partite, vincendo il campionato cadetto. L’Ajax, l’Arsenal e l’Inter seguono il ragazzo, ma è l’Ajax con un esborso di € 8,5 milioni a portarsi via Zlatan nel 2001.
Il primo gol con la maglia dei lancieri lo mette a segno contro i rivali del Feyenord. Alle fine del primo anno segnerà 6 gol, molti di più soranno gli assist e le giocate d’autore. La grande tecnica e vena realizzativa sono evidenti, ma emerge anche un carattere difficile che lo porta a scontrarsi in allenamento con il compagno Van der Vaart. Preludio per un sicuro addio. In tre anni (2001/2004) all’Ajax, Ibrahimovic, realizza 47 gol in 110 presenze tra campionato e coppe.
Il 31 agosto 2004 Luciano Moggi porta alla corte della sua Juventus non solo Ibrahimovic, ma anche un certo Fabio Capello, che porteranno lo scudetto nelle stagioni 2004/2005 e 2005/2006. L’esperienza juventina di Zlatan si chiuderà con 23 gol in 70 presenze in campionato e sarà macchiata dalla squalifica per tre turni per un contatto con Cordoba nella partita contro l’Inter (stagione 2004/2005) ed inchiodato dalla prova tv. Ma Ibrahimovic delizierà i tifosi juventini con grandi giocate, assit e gol da vero fuori classe.
Con il caso “calciopoli” e la retrocessione in serie B della Juventus, Zlatan passa all’Inter di Moratti per € 24,8 milioni. All’Inter trascorre tre stagioni (2006/2007, 2007/2008 e 2008/2009) laurendosi sempre campione d’Italia. Diventa leader di questa squadra, dove fa impazzire i tifosi a suon di gol fantastici. Ne segna in totale 57 in campionato, 25 solo nell’ultima stagione. Prima Roberto Mancini e poi Josè Mourinho sono stati capaci di costruire introno a Zlatan Ibrahimovic una squadra che giocasse esclusivamente per lui.
Lascia l’Inter nell’estate del 2009 per accasarsi al Barcellona, quel Barcellona dove rispetti le regole della “cantera” o sei fuori. All’Inter sono andati soldi più il cartellino di un certo Eto’o. Pur non disputando una stagione strepitosa a livello individuale (16 gol in 29 presenze), con la maglia blaugrana Zlatan, riesce a metter in bacheca quattro titoli. Ma l’ambiente del Barcellona si basa sul collettivo costruito fondamentalmente intorno a Messi, Xavi, Iniesta, Puyol, Piquet e Valdes, la cantera, dove non c’è posto per una “prima donna” come Ibrahimovic. Lui non si scoraggia, anzi gioca nel modo più professionale che gli compete e mette la sua firma su diverse vittorie del Barcellona, soprattutto risolve il Clàsico.
La panchina, le sostituzioni, i rapporti difficili con i compagni fanno venire i “mal di pancia” ad Ibra che nell’agosto del 2010 si trasferisce al Milan per € 24 milioni, dopo una trattativa estenuante portata a termine da Galliani. Come al solito Zlatan si presenta ai suoi nuovi tifosi con proclami di vittoria (sono qui per vincere tutto e vinceremo tutto) sia in campionato, ma soprattutto in Champions; la Coppa dalle grandi orecchie è l’unico trofeo che gli manca, l’essere campione dei campioni. La stagione 2010/2011 la conclude con 21 gol in 41 presenze, giocate e gol spettacolari, l’ennesimo scudetto (il n. 18 per il Milan) e un’altra squalifica per tre turni per comportamento violento.
Zlatan Ibrahimovic è uno e trino, nel senso che ne esiste uno solo e che racchiude in sé tre caratteristiche: unico, insostituibile, inimitabile. Unico perché non esiste al mondo un giocatore della sua stazza e con un piede gigantesco capace di virtuosismi alla Maradona, ma anche di acrobazie derivanti dalle arti marziali. Insostituibile perché le squadre dove ha militato hanno avuto un rendimento nettamente inferiore se lui non ha giocato e perché le sue caratteristiche non sono rimpiazzabili con accorgimenti tattici. Inimitabile perché non è mai uguale nemmeno a stesso, è sempre capace di inventarsi una cosa nuova in ogni partita a secondo delle circostanze. Basta dargli palla, anche male, anche con avversari addosso, che in qualche modo che sa solo lui, la trasforma in gol o assist vincente.
Però per sfruttare al massimo il potenziale di Ibrahimovic devi sottostare alla sue regole, al suo essere “prima donna”. Bisogna che la squadra giochi esclusivamente per lui e come dice lui. Lo aveva capito Roberto Mancini e poi anche Mourinho nella prima stagione interista. Lo aveva capito anche Allegri tanto che, nel primo anno di Milan, quella di Ibra era diventata una vera e propria dipendenza. La sua presenza è sinonimo di vittoria e garanzia di successo e il campionato italiano è la sua casa.
Marco De Grandis


















