Mercoledì, 28 Dicembre 2011 14:59

Paolo Rossi a RS:"La mia carriera tra cadute e risalite"

Paolo Rossi in esclusiva per Rivista Sportiva ripercorre la sua carriera: dagli inizi con la Juventus primavera fino al calcioscommesse ed alla consacrazione del Mondiale 1982 in Spagna



Parlare della carriera di un campione straordinario come Paolo Rossi non è impresa facile poiché per farlo bisogna necessariamente tenere conto delle molteplici implicazioni e sfaccettature che essa presenta: un destino fatto di slanci verso l’alto, di cadute e di risalite come forse viene dato in dote soltanto ai grandi e che lo ha accompagnato fedelmente portandolo dalla polvere del sospetto alla più alta gloria nel giro di un niente.
Metafora della vita e rivincita del destino per alcuni o forse, molto più prosaicamente, frutto di un duro lavoro e della voglia di non mollare mai anche nei momenti più duri, la carriera di Paolo Rossi inizia nelle giovanili della Juventus tra diversi infortuni malgrado la giovane età e prosegue con un prestito al Como (1975) senza troppi riscontri. La svolta è dietro l’angolo e si concretizza l’anno successivo (1976) con il passaggio al Lanerossi Vicenza; è qui che inizia la favola di Paolo Rossi ed è da qui che parte la scalata alla gloria che avrà il suo culmine nell’anno 1982, dopo la triste parentesi del calcioscommesse, quando il nostro si imporrà agli occhi del mondo intero divenendo il Pablito Mundial.
Ed è da Vicenza che vogliamo partire per raccontare questa storia:
Sig. Paolo Rossi, partiamo dal periodo al L.R. Vicenza, dal 76 al 79, che fu per lei molto importante. Che ricordi ha di quel periodo? E del grande Giovan Battista Fabbri che in quegli anni la allenò?
I tre anni al L.R. Vicenza sono stati gli anni più belli della mia carriera. Lì sono esploso e mi lì sono affermato come calciatore di levatura nazionale e internazionale. Vado fiero del fatto che da una piccola società di provincia ho raggiunto risultati impensabili come la convocazione, l’esordio nella nazionale maggiore nel 1977 a Liegi e i successivi mondiali argentini nel’78. Giovan Battista Fabbri è stato per me come un padre di famiglia, mi ha cresciuto, allevato e consigliato. Devo a lui il cambio di ruolo, da ala destra qual’ero mi ha inventato centravanti, la sua intuizione si rivelò straordinaria. E’ stato un grande allenatore che amava il bel calcio, per certi versi ha precorso i tempi, per lui tutti dovevano essere difensori e attaccanti allo stesso tempo, ci si difende in 11 e si attacca in 11 diceva sempre. Tutti, secondo il suo credo, dovevano partecipare coralmente al gioco.”
Tre stagioni ottime al Vicenza poi, dopo una trattativa con il Napoli, lei rifiutò la squadra azzurra e andò al Perugia (estate 1979). Il rifiuto al Napoli fu motivato dalle eccessive pressioni: come mai quella scelta? E a quale pressioni si riferiva?
In realtà col presidente del Napoli Ferlaino ci sentimmo per telefono, era il 1979, e spiegai a lui che non volevo servire alla sua squadra soltanto per fare la campagna abbonamenti e niente più. Come calciatore e per le mie legittime ambizioni volevo avere l’assicurazione che sarebbe stato in grado di costruire una squadra che mi avrebbe permesso di conseguire grandi risultati, non volevo correre il rischio di giocare per molti anni senza vincere assolutamente nulla. Solo 6 anni più tardi, con l’arrivo di Maradona, il Napoli iniziò ad essere competitivo per vincere il campionato.”
Così passò al Perugia. Arriviamo alla primavera del 1980 quando scoppia lo scandalo calcioscommesse: a lei viene inflitta una squalifica di due anni. Come è riuscito a lasciarsi alle spalle quell’episodio? E quanto ha pesato nella sua vita privata e calcistica?
“L’episodio del calcio scommesse è stato per me devastante, è stata commessa un’ingiustizia enorme nei miei confronti. Per un episodio di 90 secondi ho perso due anni della mia carriera. Avrei dovuto denunciare un mio compagno di squadra che mi aveva presentato un tizio che mi disse che i giocatori della squadra che dovevamo affrontare (l’Avellino)erano propensi al pareggio e che avrebbero potuto farmi segnare. La mia risposta fu quella di dire che avremmo dovuto sentire tutta la squadra,che io da solo non potevo decidere assolutamente niente e così fu. La sera ne parlammo e tutti sapevamo, ma nessuno fu d’accordo nel ritenere possibile un incontro combinato e la partita venne giocata in maniera regolarissima. L’unica consolazione morale stava nel fatto che potevo girare comunque a testa alta per non aver commesso alcun illecito.
Nell’ Aprile 1982 termina la pena: lei gioca tre partite con la Juventus, che nel frattempo la aveva acquistata, in tempo per essere convocato per il mondiale in Spagna. Fu lasciato a casa Pruzzo, capocannoniere nelle due stagioni precedenti. Come mai secondo lei quella scelta? Voi due eravate proprio incompatibili?
“Quando ho terminato la squalifica ho avuto la fortuna di tornare a giocare con la Juventus, in appena 3 partite mi sono cucito sulla maglia il mio primo scudetto. Per quanto riguarda invece Pruzzo credo non venne convocato in Spagna perché non rientrava evidentemente nei piani tattici del C.T. Bearzot nonostante andasse a segno frequentemente. Ho sempre stimato Pruzzo, avrebbe meritato maggior fortuna con la maglia azzurra e sono sicuro che insieme a lui avremmo potuto fare grandi cose.”
Mondiale 1982: arrivaste in Spagna tra molteplici critiche dalla stampa italiana. Dopo un inizio stentato, suo e del’Italia, l’ exploit nella seconda fase: battuta l’ Argentina per 2 a 1 e il Brasile 3 a 2 con una sua tripletta. Ci racconta le emozioni di quest’ultima partita?
“Italia-Brasile ’82 è stata la partita della mia vita. Probabilmente una delle partite più belle ed esaltanti di tutto il secolo scorso. O dentro o fuori, in paradiso o all’inferno. In 90 minuti mi sono giocato gran parte della mia reputazione, mai avrei immaginato di entrare nella storia per quella magica tripletta ai verde-oro. Il primo gol è stato il gol più importante della mia carriera, quello che mi ha consentito di sbloccarmi definitivamente. E’ come se si fossero aperte le porte del cielo. L’alternarsi delle emozioni di quella gara fu straordinario, noi sempre in vantaggio e sempre raggiunti, i brasiliani che non si accontentavano del pareggio, volevano strafare, vincere, incapaci di amministrare un risultato, ma noi gli abbiamo fatto pagare quella loro presunzione. E’ stata una vittoria storica, irripetibile e meritata sotto tutti i punti di vista. Il gol annullato di Antognoni che avrebbe consentito alla nostra nazionale di andare sul 4-2 era regolarissimo.”
In meno di una settimana l'Italia batte l'Argentina di Maradona e il Brasile di Zico. Non male. Chi era secondo lei il migliore dei due grandi numeri 10?
“Non si può dire chi era il migliore tra Maradona e Zico, due autentici fuoriclasse, azzardo però che in quei mondiali spagnoli Zico avesse una miglior condizioni psico-fisica, era nel pieno della sua maturità mentre Maradona sarebbe esploso quattro anni dopo vincendo con L’Argentina il mondiale in Messico’86.”
Veniamo alla finale contro la Germania Ovest vinta per 3 a 1 (lei segnò il primo gol): ricordi ed emozioni?
“La finale con La Germania è stato il giusto epilogo di un mondiale in crescendo, abbiamo iniziato piano, contratti e impauriti ma siamo finiti in grandissima condizione. La mia impressione era che in quel mondiale di Spagna’82, una volta abbattute, sconfitte e affondate le due corrazzate Argentina ma soprattutto il Brasile non ci fossero più squadre in grado di tenerci testa. La Germania che era un’ottima squadra con grandi individualità come Rummenigge, Breitner, Littbaski,non avesse però la forza e la qualità per contrastare un’ Italia che viaggiava a 300 all’ora, lanciata e inarrestabile. Il presidente Pertini fu l’uomo in più di quella splendida finale di Madrid, un tifoso autentico, un uomo che seppe darci la giusta carica per affrontare una gara così delicata e prestigiosa.”
La partita più significativa della sua carriera?Quale sceglie tra Italia-Brasile e Italia-Germania Ovest?
“Ribadisco che Italia-Brasile è stata la madre di tutte le partite, un incontro epico per le forti emozioni che ha saputo regalare fino all’ultimo minuto,non certo per i deboli di cuore, una gara straordinaria fra 22 fuoriclasse.”
Tra le partite più significative della sua carriera c’è sicuramente anche quella tragica finale di Coppa dei Campioni Juventus - Liverpool del 1985 all’ Heysel: che ricordo ha di quella drammatica serata?
“La finale di Coppa dei Campioni del 1985 all’Heysel mi ha lasciato ovviamente un brutto e tristissimo ricordo. Non si può certamente morire per un incontro di calcio, e 39 morti italiani sono tantissimi, troppi, in una serata che avrebbe dovuto diventare una notte di gioia e di festa per la prima vittoria della Juventus in Coppa dei Campioni. Invece si è trasformata in un’enorme tragedia. Le insufficienti forze dell’ordine e l’inefficienza della polizia all’interno di uno stadio vecchio e inadeguato non sono riuscite a contenere la furia degli hooligans.”
Torniamo a parlare di calcio: proprio in quel periodo le gioca con un altro grandissimo numero 10, Michel Platini. Cosa ci racconta di lui?
“Michel Platini è stato il più grande calciatore col quale ho giocato insieme. Aveva qualità straordinarie. Dotato di una classe cristallina calciava con entrambi i piedi, forte e pulito. Calciava le punizioni con una precisione spaventosa, era veloce , forte e soprattutto intelligente. Prima che gli arrivasse il pallone sapeva sempre un decimo prima dove giocarlo, sembrava che avesse gli occhi anche dietro la testa. Per 3 anni ha vinto il pallone d’oro segnando tantissimi gol, ha vinto un campionato europeo con la sua Francia e tutto quello che poteva vincere con la Juventus.”
A proposito di grandissimi: recentemente è venuto a mancare Socrates, grande giocatore e grande personalità. Negli anni '80 fu celebre la "democrazia corinthiana": la squadra di Socrates in autogestione e senza allenatore vinse tre scudetti. La grande Juve avrebbe potuto riuscire in un impresa simile? Nel calcio di oggi sarebbe possibile?
“L’esempio del Corinthians di Socrates con l’autogestione senza allenatore non si può imitare. La mia Juventus, che era straforte, aveva comunque bisogno di una guida. Per amministrare una rosa di 22-25 giocatori, pur bravi, occorre una persona con polso, esperienza e capacità gestionali. Non credo che da noi sarebbe possibile ripetere una simile esperienza considerando la mentalità del nostro calcio. Chi fa la formazione, chi mette in campo i calciatori, chi da le direttive se non c’è un pilota che decide come e dove far andare l’auto? Le società di calcio non possono essere amministrate anarchicamente.”
Torniamo a quella sua storica tripletta del 5 luglio 1982: si giocava a Barcellona. Come si vedrebbe nella squadra di Guardiola?
“Il Barcellona di Guardiola è oggi la squadra più forte del mondo, sta vincendo tutto e ovunque. Sono convinto che con le mie caratteristiche sarei potuto andare a nozze nella squadra del Pep. Lui predilige calciatori rapidi, velocissimi e dotati tecnicamente. La filosofia della squadra catalana ha origini nella cantera, i ragazzi vengono allevati con una mentalità di gruppo, non si gioca con i singoli ma tutti al servizio della squadra.”
Anche se ci sono tre decadi di distanza, può farci un paragone tra la sua Juventus e il Barcellona di Messi?
“Non possiamo paragonare squadre che hanno fatto la storia del calcio in epoche completamente diverse. Il calcio si evolve e quello di trent’anni fa’ non lo possiamo mettere a confronto con quello di oggi. Quello che più si avvicina al Barcellona di oggi è il Milan di Arrigo Sacchi, con la stessa personalità e la stessa voglia di imporre il proprio gioco. Se parliamo però di grandi giocatori io credo che non sia una questione di epoche, i grandi calciatori di una volta sarebbero grandi anche oggi, Maradona, Platini, Zico e molti altri, oggi farebbero comunque la parte dei leoni.“
Bearzot, Liedholm e Trapattoni. Tre allenatori vincenti che l’hanno allenata, tre galantuomini. Che ricorda ha di ognuno di loro?
“Bearzot è stato il più grande allenatore che io abbia avuto. Un uomo con grandi capacità, determinato, testardo e grande conoscitore del calcio. Sapeva descriverti alla perfezione tutte le caratteristiche degli avversari e preparare le partite in maniera coscienziosa e minuziosa. Per tutti i giocatori è stato un padre di famiglia, tutti al suo cospetto erano uguali e non ha mai usato favoritismi nei confronti di nessuno, ha sempre difeso con forza tutti i suoi calciatori da qualsiasi insidia. Il suo credo era il gruppo, che lui, come nessun altro, ha saputo creare all’interno dell’ambiente della nazionale, tutti dovevano remare per un unico obiettivo. Trapattoni è invece un allenatore coriaceo con un carattere di ferro, riesce a ottenere sempre il massimo dai suoi giocatori. E’ un grande motivatore e sa gestire alla perfezione qualsiasi situazione. Credo sia l’allenatore in circolazione che abbia vinto ovunque e più di tutti”
E Liedholm?
“Liedholm era invece l’opposto di Trapattoni, sempre tranquillo e sereno,almeno apparentemente, molto intelligente sapeva prendere sempre i suoi giocatori elargendo preziosi consigli. E’ stato un grande professionista stimato da tutti.”
Capitolo calcioscommesse: ci risiamo. Passano gli anni ma il suo nome e le immagini di quel periodo ci vengono riproposti sistematicamente. Se un errore c'è stato, è stato pagato duramente. Perchè la stampa la tira sempre in ballo su questo argomento? Non sarebbe ora di chiudere con il passato?
“Ogni qual volta viene a galla un episodio legato al mondo del calcioscommesse si fa sempre menzione del primo scandalo che mi vide mio malgrado coinvolto. Anche se sono passati più di trent’anni la questione mi ferisce ancora perché ho dovuto pagato per qualcosa che non ho mai commesso. Provate a immaginare di essere prima coinvolti e poi condannati per non aver fatto niente. Io sono stato condannato perdendo 2 anni della mia carriera perché hanno creduto alle parole di un lestofante per un episodio di 1 minuto. E’ sconvolgente e pazzesco ma è andata proprio così.”
Lei prese due anni di squalifica. Oggi visto le cifre e i grandi interessi in gioco non sarebbe il caso di inasprire le pene, prevedendo anche la radiazione?
“Nel calcio e nello sport le regole ci sono e queste vanno rispettate e soprattutto applicate. Non sta a me dire se le pene sono miti o dure, certamente chi sbaglia e chi commette illeciti deve sapere che andrà incontro a condanne certe.”
Al di là delle scommesse, nel calcio esistono partite con il risultato concordato nelle quali le squadre si accordano per un risultato che vada bene ad entrambe?
“Si, accade, ma questo è sempre esistito. E’ una specie di tacito accordo e solitamente accade alla fine dei campionati. Succede nel caso in cui entrambe le squadre hanno bisogno di un punto, alla fine se la giocano ma senza animosità e senza farsi del male.”
Come è cambiato il calcio dai tempi suoi ad oggi?
“Il calcio cambia al ritmo del mondo in generale. Il calcio oggi è più rapido e più veloce rispetto a 20 anni fa, si gioca a una velocità diversa e non c’è più molto tempo per ragionare. E’ più istintivo e meno riflessivo. C’è una maggiore professionalità in tutti gli addetti ai lavori e circola molto più denaro rispetto alla mia epoca. Le televisioni e i media hanno dato una maggiore visibilità a tutto il calcio e al mondo dello sport in generale.”
In chiusura, torniamo a quel 5 luglio 1982: 3 gol al Brasile più forte della storia. Sono passati trenta anni ma sembra ieri. La maglia che indossava quel giorno che fine ha fatto?
“La maglia di Italia-Brasile 1982 la tengo custodita gelosamente in casa, è un cimelio al quale non saprei rinunciare. C’è il profumo del campo, del sudore, dei gol, di una vittoria che ha dato una gioia eterna a tutti gli italiani di tutto il mondo.”
La sua carriera si è dipanata tra tanti ostacoli: gli infortuni, la squalifica, le tormentate sessioni di calciomercato. Dove sarebbe potuto arrivare Paolo Rossi con maggiore tranquillità?
“L’unica cosa che non ho nella mia vita sono proprio i rimpianti. Rifarei esattamente tutto quello che ho fatto, dall’inizio alla fine . Non si può dire quello che uno avrebbe potuto fare se non avesse avuto infortuni o squalifiche etc,etc. Forse avrei ottenuto meno o forse più di quello che ho avuto dalla mia carriera, ma con i ‘se’ e i ‘ma’ non si costruisce assolutamente niente. Tutto quello che una persona deve fare per cercare di raggiungere qualche obiettivo è quello di non lasciare niente al caso, di provarci fino in fondo con serietà e professionalità. I 3 gol al Brasile sono solo il frutto o la logica conseguenza della perseveranza, della volontà e dell’abnegazione.”;


Pierfrancesco Palattella

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