Purtroppo l’Italia è caduta sul più bello, all’ultimo atto di una manifestazione, l’Europeo, che ci ha fatto sognare ed emozionare per un mese intero. Peccato ma contro la grande Spagna era quasi inevitabile. Il sogno si è trasformato in incubo. Il risveglio è stato troppo brusco, la delusione troppo grande.
Quei quattro schiaffi hanno fatto male, malissimo. Ma il risultato, che all’apparenza suona umiliante, non deve diminuire l’orgoglio per il grande torneo giocato dagli azzurri. Anche perché a Kiev non c’era in campo la vera Italia che, senza condizione fisica, non esiste. La difesa che aveva preso 4 gol in 5 partite ne ha beccati 4 in una notte sola. La stanchezza di un torneo stressante, le fatiche dei supplementari inglesi, il recupero negato da un calendario folle ci ha falciati sul più bello.
Balotelli e Cassano non hanno potuto nulla stavolta. Ok adesso criticare le scelte di Prandelli, con il senno di poi, è facile. Al nostro C.T., per sua stessa ammissione, è mancato il coraggio di rivoluzionare una squadra stanca e stremata, decidendo, sbagliando, di puntare sugli uomini che gli e ci hanno fatto sognare. Riconoscenza o poca personalità, adesso poco importa. Ciò che conta è che il nostro C.T. ha trasformato un gruppo e ha fatto ri-innamorare noi italiani della Nazionale azzurra.
Per Cesare il metodico, razionale, ammiratore dei fantasisti e del bel gioco resta il neo, speriamo ancora per poco, della mancanza della grande vittoria. Detto questo, guardando in faccia chi ha vinto, ci rendiamo conto che non ha senso parlare di umiliazione.
Stiamo parlando di una generazione di fenomeni. In 10 partite da dentro-fuori questa Spagna ha subìto un solo gol. Vicente Del Bosque è il secondo tecnico, dopo il tedesco Helmuth Schön, a vincere Mondiale ed Europeo. E’ la prima Nazionale a bissare consecutivamente la vittoria dell’Europeo e a stabilire il record di marcature, 4, in una finale. Tutto ciò che fa questa Spagna è da record.
E’ la squadra più forte del mondo senza il giocatore più forte al mondo: Leo Messi. Mai nessuno nella storia aveva centrato il “triplette” nazionale: europeo, mondiale, europeo. C’è riuscita la Spagna di Aragones prima e di Del Bosque poi. La Roja è una specie di classico Barça-Real vestita di rosso che scimmiotta il tiki taka blaugrana e che al posto del centravanti, non potendo schierare il fenomeno argentino, né il miglior Torres, ha sostituito lo spazio con il falso nove rispolverando la staffetta tra il Nino e Fabregas con in testa sempre un’idea meravigliosa: una banda di piccoletti che il pallone non lo alzano mai nemmeno quando dovrebbero.
Una squadra così forte da poter mandare in panchina Victor Valdes, il portiere della squadra più forte al mondo, gente come Llorente che sarebbe titolare in qualsiasi altra nazionale e Mata l’uomo chiave che ha cambiato il Chelsea campione d’Europa. Ma al di là dei nomi e dei trofei questa Spagna campione di tutto resterà negli occhi e nel cuore per la sua voglia di calcio. Un calcio che nelle giornate no di Iniesta, Xavi, Fabregas e compagni può essere anche noiosa e stucchevole ma cha ha aperto una strada senza ritorno: quella che antepone il talento davanti a tutto e tutti.
Cinque spagnoli e quattro italiani con l’aggiunta del portoghese CR7 che è la migliore individualità del torneo e di un francese nel ruolo più depresso, il terzino destro, compongono la nostra formazione ideale dell’Europeo. È un Europeo diviso fra 4-2-3-1 e 4-3-3, ricchissimo di grandi centrocampisti, di lotta o di qualità o di entrambe le cose, con un parco attaccanti che alterna giornate esplosive a giornate di magra caccia. In panchina l’artefice della Spagna dei record: Vicente Del Bosque.
La formazione è la seguente:
Formazione: (4-3-3): Casillas (Spagna); Debuchy (Francia), Bonucci (Italia), S.Ramos (Spagna), Jordi Alba (Spagna); Iniesta (Spagna), Pirlo (Italia), De Rossi (Italia); Silva (Spagna), Balotelli (Italia), C. Ronaldo (Portogallo)
Allenatore: Del Bosque
In porta davanti al nostro Gigi Buffon, esempio di longevità, inseriamo il portierone spagnolo, Iker Casillas, che ha sollevato gli ultimi tre titoli spagnoli. Le polaroid sono sempre le stesse che sia in Austria (Euro 2008) o in Sudafrica (2010) o quest’ultima a Kiev: Casillias accerchiato dai compagni ansiosi che il capitano sollevi il trofeo. Anche nella serate di gala contro la nostra Italia, Iker c’è sulle uscite alte: le devia tutte quel tanto che basta per mandare fuori giri i nostri saltatori.
C’è sui tiri da fuori di Cassano. C’è sulla grande occasione di Di Natale: fissa Totò negli occhi e lo costringe a tirargli addosso.
In difesa il casting dei terzini segnala che almeno in Europa la lunga depressione della corsia mancina si è spostata a destra: mentre infatti, Jordi Alba è un’arrembante novità, è la vera stella/sorpresa di questo Europeo preferibile persino al classico Lahm e al sicuro Coentrao, sull’altro lato il meno peggio è stato il francese Debuchy. Non avesse sofferto tanto il match contro la Spagna, quando proprio Jordi Alba gli ha mangiato in testa mandandolo in tilt, il francese sarebbe stata l’altra rivelazione dell’Europeo. Al centro Sergio Ramos si é fatto di gran lunga preferire al compagno Piquè, tenendo su la baracca spagnola in assenza di Puyol. Al suo fianco il nostro Bonucci che ha dato puntualità e sicurezza all’intero reparto difensivo degli azzurri.
A centrocampo come non poter partire dal pianista, così come lo hanno definito gli inglesi, Pirlo che nonostante gli spagnoli non gli concedono neppure il tempo di poggiare le dita sul piano, resta il migliore. I media di tutto il mondo erano genuflessi in adorazione di Andrea, per la serie di prestazioni che ha inanellato e per la scelta di quel rigore alla Panenka che ha genialmente rovesciato un’inerzia in quel momento favorevole agli inglesi.
Nel ruolo di regista Pirlo è stato incontestabilmente il più bravo, con il catalano Xavi nella sua scia e il croato Modric, più giovane di una generazione, che un giorno raccoglierà l’eredità dei due. La forza del centrocampo azzurro, vero traino di Prandelli, è data anche da De Rossi, che dopo due brillanti esibizioni in difesa è tornato al suo posto fornendo un solido contributo sia nel pressing che nell’impostazione. È la nuova frontiera dei grandi centrocampisti, non più una cosa o l’altra ma una cosa e l’altra: Xabi Alonso è capace di lanciare a 40 metri e di bloccare in tackle il dribbling del rivale, Gerrard è stato uomo da tre assist e tassello chiave del dispositivo difensivo a otto di Hodgson. Ma il romanista in questa edizione si è fatto preferire di gran lunga.
Sull’altro lato del centrocampo spazio alla genialità di Iniesta, eletto il miglior giocatore della manifestazione dalla Uefa. Dicono che Del Bosque lo faccia giocare ai lati per tenere Xabi Alonso e Fabregas nelle parti centrali del coro. Può essere. L’Iniesta di Kiev però dimostra di essere movimentista. Parte a sinistra, sbuca a destra. Va dove lo porta l’ispirazione. Da un suo colpo di genio nasce il gol apriscatole di Silva. Iniesta fa sempre rima con tempesta.
Passando agli attaccanti, colpisce la mancanza di un vero centravanti. Balotelli si impone su Torres e Gomez. Per Super Mario la consacrazione sarebbe diventata beatificazione con il sigillo finale. Ma non possiamo affibbiargli nessuna colpa. Ad Euro 2012 è nata una nuova stella: Mario l’uomo verde. Ai suoi fianchi, troviamo Cristiano Ronaldo, al quale gli sono bastate due gare per sbaragliare la concorrenza:tre gol e quattro pali la dicono lunga su chi sia il singolo più decisivo della manifestazione. Infine sulla sinistra Silva per pressing, appuntamento con le gare importanti, gol e assist si impone ed entra con merito tra i top della manifestazione.
In panchina Del Bosque vince lo scontro a distanza con Prandelli. Lo descrivono ostaggio dei clan del Barcellona e del Real Madrid, tanto che viene accusato di fare la formazione col bilancino. Una quota di titolari agli uni e una porzione agli altri. Nessuno come lui, però, ha saputo miscelare il meglio del meglio della Liga, segno di essere un grande tecnico, navigato e vincente.
Ora, dopo il brusco risveglio di Kiev, ci aspettano due anni di preparazione ancora sotto la guida di Cesare Prandelli, per cercare di ridurre il gap con le furie rosse e magari, in una torrida estate brasiliana del 2014, sognare in grande senza bruschi risvegli.
Fabio Trallo


















