Fabio Capello è un vincente. Lo è sempre stato, nei fatti e nell’immaginario collettivo degli appassionati. Una carriera da calciatore divisa principalmente tra Roma, Juventus e Milan, illuminata da quattro scudetti e dal gol che permise alla nazionale italiana di espugnare per la prima volta nella storia lo stadio di Wembley battendo i leoni inglesi. Il ritiro nel 1980, quattro anni a far esperienza da allenatore sulla panchina del Milan Primavera e poi, dopo qualche anno, eccolo al posto di comando della squadra rossonera in Serie A.
Capello fu chiamato due volte dal Milan, la prima per sostituire Nils Liedholm nelle ultime sei giornate del campionato 1986-87, la seconda per prendere il posto di Arrigo Sacchi nel 1991-92. Come dire, un predestinato: senza gavetta se non quella delle giovanili, fu chiamato a sostituire due mostri sacri della panchina. Da quel momento, quindici anni di successi, in Italia e in Europa, alla corte dei più prestigiosi club del Vecchio Continente. Ingaggiato dai presidenti ansiosi di portare a casa successi, per anni avere il tecnico friulano in panchina è stato sinonimo di vittorie assicurate già a luglio.
Da Madrid a Roma fino a Torino, Capello è stato per anni il simbolo dell’allenatore e dell’uomo di successo: carattere burbero, pochi scrupoli morali (a Roma ancora lo cercano per il passaggio alla Juventus), pochissime concessioni ai rapporti con la stampa, ed una costante e inarrestabile scalata alla vetta del calcio mondiale. Un vincente appunto, uno di quelli a cui le cose non sono mai andate male, e che, grazie al lavoro metodico, all’ambizione ed all’abitudine a primeggiare, si è sempre trovato a sfruttare al meglio le situazioni che gli si presentavano davanti: date a Capello una rosa competitiva e lui porterà la squadra al successo, questo più o meno il motto che girava di bocca in bocca nel calcio europeo fino a qualche anno fa.
Eppure, nel quadro complessivo di una carriera calcistica tra le più ammirate e invidiate in Italia e in Europa, una macchia è presente. Anche nella storia del vincente per eccellenza infatti, c’è qualcosa che non ha funzionato. Se si chiedesse infatti ad un tifoso qualsiasi, rossonero o meno, quale sia stato il più grande Milan delle storia, senza dubbio la risposta cadrebbe sul Milan di Arrigo Sacchi: nella galleria dei miti rossoneri, quella squadra ha conquistato un posto inattaccabile in cima alle preferenze di tutti. A prima vista, poco da eccepire. Ma la realtà è un pochino più complicata.
Il Milan dei record infatti è un altro, ed è proprio quello di “Don Fabio”, una delle squadre più forti mai viste sui campi di calcio internazionali, destinata però ad essere messa in secondo piano a causa dell’unica coincidenza sfortunata della storia calcistica di Capello: essere arrivato dopo Sacchi. Una disfatta, per chi ha sempre fatto dell’ambizione e della voglia di primeggiare una ragione di vita (professionale). I numeri parlano chiaro, al di là di ogni considerazione tecnica: Capello, in cinque anni alla guida dei rossoneri, ha portato a casa quattro scudetti, tre Supercoppe Italiane, una Coppa dei Campioni (con altre due finali perse, per un totale di tre finali consecutive raggiunte) e una Supercoppa Europea.
Ma soprattutto, un record impressionante in campionato: dal 26 maggio 1991 (ultima giornata del campionato 1990-91, con Sacchi in panchina) al 21 marzo 1993, il Milan mantenne l’imbattibilità in Serie A, collezionando 58 partite senza conoscere sconfitta. Ci volle una punizione di Faustino Asprilla, genio sregolato del calcio italiano degli Anni Novanta, per interrompere una striscia entrata nella storia delle statistiche.
La verità è che quella squadra realizzò un’impresa proprio alla luce delle stagioni precedenti, riuscendo a dare continuità ad un ciclo di vittorie storiche, quello di Sacchi appunto, rifondato senza interrompere i successi. Dopo il Milan degli “Immortali”, capace di meravigliare l’Europa e di entrare nel cuore dei tifosi di ogni latitudine, il rischio fisiologico di un calo drastico era fortissimo e preventivato.
Capello, grazie anche e soprattutto ad una rosa stellare e ad un’organizzazione societaria degna di nota (tralasciamo qui le dubbie vicende relative agli investimenti di Berlusconi) costruì una macchina perfetta, capace di vincere e dare spettacolo. Eccola un’altra ingiustizia nei confronti di quella squadra: Capello è un vincente, il suo Milan è organizzato, roccioso, imbattibile, ma non dà spettacolo, non diverte, si accontenta come nella migliore tradizione italiana.
Ancora una volta nulla da eccepire, a prima vista. Eppure, ancora una volta, i numeri e i ricordi contrastano in modo evidente con tale asserzione: nel 1991-92, il Milan vinse il campionato senza conoscere sconfitte ma soprattutto segnando 74 gol in 34 partite. La media gol è semplice da calcolare, e supera i due gol a partita. L’anno successivo, che portò la striscia di imbattibilità a 58 partite e il secondo scudetto in due anni, l’attacco rossonero fece solo un pochino peggio, fermandosi a quota 65. A dimostrazione di quanto appena detto, basta dare uno sguardo alla continuità con la quale il Milan dell’epoca portava a termine goleade anche contro squadre di livello alto: Milan-Sampdoria 5-1, Milan-Napoli 5-0, Foggia-Milan 2-8 (Dio benedica il Boemo), Fiorentina-Milan 3-7, Milan-Lazio 5-3, Pescara-Milan 4-5, Napoli-Milan 1-5.
Una macchina da gol che poteva contare su una batteria di attaccanti e mezze punte impressionante per qualità e propensione al gol, supportati dalla linea difensiva storica ereditata dalla gestione Sacchi. Da Van Basten –disponibile in pratica solo nella prima delle due stagioni del record- a Gullit, da Papin a Savicevic fino a Massaro, Simone, Lentini e Donadoni, il Milan di Capello è stata la squadra che ha fatto impazzire i tifosi e perdere le speranze agli avversari, in un contesto tra l’altro tra i più competitivi dell’intera storia del calcio italiano.
Erano quelli infatti gli anni d’oro della Serie A, gli anni della Sampdoria di Vialli e Mancini, del Torino di Scifo e Casagrande in finale di Coppa Uefa, del Parma di Scala che trionfa in Coppa delle Coppe, della Juventus che con Trapattoni in panchina, Moller, Platt, Vialli, Roberto e Dino Baggio in campo vince la Coppa Uefa e non va oltre il quarto posto in campionato.
Un’epoca d’oro sulla quale quel Milan lasciò una traccia indelebile, una traccia fatta da tre finali di Coppa Campioni/Champions League consecutive abbinate a due primi e un quarto posto in campionato negli stessi tre anni, una traccia resa leggendaria da quelle 58 partite senza conoscere sconfitta.
Un’impresa che andrebbe ricordata e onorata più spesso, almeno dai tifosi rossoneri.
L’impressione però è che il Milan degli olandesi, quello di Sacchi e della rivoluzione calcistica, sia destinato ancora a monopolizzare i ricordi di tutti gli appassionati, che continueranno ad indicarlo come la più grande squadra mai vista a San Siro. Non se la prenda Capello: anche i vincenti, ogni tanto, arrivano secondi.
Andrea D’Ammando


















