Non so descrivere il duello dalle sue origini, sarebbe un lavoro oltremodo immane. Mi limiterò a narrare la storia del duello che può dividersi in quattro periodi:
Dall’antico: tanto per citare nomi famosi come Davide e Golia, Orazi e Curiazi, Achille, Paride e Menelao.
Dall’alto medioevo: duello chiamato giudiziario.
Dal basso medioevo: duello della Cavalleria e compartimento di gentiluomo.
L’ultimo periodo: duello nel cinquecento in chi l’uomo d’onore lavava la offesa fatta a lui stesso, ad altri del suo sangue e delle sue amicizie. La spada incominciò ad essere coperta nell’elsa per salvaguardare la mano. Narro un episodio dal quale si può trarre cognizione di come fossero i duelli di quell’epoca.
Nel 1547 in Francia, davanti al Re alla Corte, in luogo chiuso, i cavalieri che si abbattevano avevano la giacca di maglia d’acciaio a maniche larghe, con un bracciale d’acciaio rigido a riparo del braccio sinistro con il quale impugnavano uno scudo rotondo con un pugnale al centro. Le gambe erano libere ed inoltre impugnavano un robusto pugnale che serviva in un certo modo a schivare. In quelle Corte c’era il ventiseienne Francois De Vivonne, Signore di Chataignerai e il trentasettenne Guy De Chabot, Signore di Jarnac, i quali dovevano scontrarsi in un duello. Il più forte era il Signore di Chataignerai ma il Signore di Jarnac volendo sopraffarlo a tutti i costi, chiese consiglio ad un certo Caizzo, Maestro italiano.
Iniziatosi così il duello, l’attacco lo fece Francois De Vivonne volgendo il corpo al viso di Guy De Chabot il quale, schivandolo, si abbassò e trinciò con violento colpo il garretto all’avversario (Rinominato colpo alla Jarnac). Così l'onta fu levata e il Signor di Chataignerai, che non poteva stare più in piedi, si strappò le bende e morì dissanguato.
Ma in quel periodo vi era una mentalità grottesca, ridicola. Bastava una ingiuria fatta con frasi, parole o fatti per cui si batteva a duello con una crudeltà quasi omicida. Salto i secoli successivi. Variano le abitudini nel duellare, le armi, le cognizioni di gentiluomini di cavalleria e passo ai tempi più a noi vicini quando cioè le armi erano la sciabola, la spada, che si usavano a seconda delle offese con delle norme ben sancite che tutti i gentiluomini dovevano conoscere e la pistola. Le offese si dividevano in tre categorie :
Offesa massima: fatta dalla stampa esigeva che la soddisfazione per riparare a tanta divulgazione doveva essere la pistola.
Offesa gravissima: portata all’onore intimo doveva essere riportata con la spada dalla punta acuminata. In questo caso i duellanti dovevano indossare sul braccio armato un guantone di cuoio lungo fino al gomito in modo che l’offesa doveva portarsi al bersaglio più che vulnerabile, ossia al torace.
Offesa meno grave: portata sempre all’onore dell’offeso, veniva riparata con la sciabola la cui lama era fatta dal taglio, falso taglio e punta.
I Padrini, redigevano un verbale nel quale precisavano la durata degli incontri e la cessazione. Se a voto deliberativo del medico oppure a voto consultivo unitamente ai quattro padrini. E’ errato il concetto che gli scontri sul terreno dovessero farsi all’ultimo sangue. Ciò sarebbe semplicemente delittuoso giacché non si concepisse come un gentiluomo voglia la morte a priori dei primi.
Dal verbale dello scontro si precisa che il duello cesserà alla prima ferita oppure a voto deliberativo del medico o consultivo dei padrini e Direttore d’incontro. E’ errato chiamare padrini coloro che portano il cartello di sfida. Che non delineano chi è l’offeso, chi è l’offensore e l’entità dell’offesa. Individuato cosi l’offeso, è questi che sceglie le armi. Così si denominano i Rappresentanti, giacché i padrini sono coloro che stanno accanto ai primi durante il duello.
Il Codice Cavalleresco del Gelli è una raccolta di norme che definiscono il modo inconfutabile del duello. Va interpretato con saggezza ed acume al fine di non far calare l’ombra minima sull’onore dei contendenti. Io purtroppo ero obbligato a fare il duello, a preparare i duellanti, a portare i cartelli di sfida essendo un Ufficiale, né potevo esimermi pena la perdita del grado.
All’Accademia ho insegnato il Codice Cavalleresco e, penso di aver interpretato sempre nel migliore dei modi le norme cavalleresche, giacché il solo convincimento era quello di sondare, sapere se l’offesa era stata fatta intenzionalmente o meno o se c’era l’intenzione di offendere per cui desideravo che venissero fatte le scuse. Ad un vero gentiluomo dall’animo nobile e generoso doveva sentirsi orgoglioso di farle. L’amicizia ne veniva rafforzata.
Intimamente, ho sempre riprovato il duello, avanzo di barbarie se pur godendo di quell’artificialità specialmente quando le parti si riconciliavano oppure durante lo scontro interveniva il Direttore del combattimento a rischio della vita a creare il nulla di fatto. Mio fratello Gioacchino avrebbe detto “O Tempora oh mores”.


















